29 Mag

L’ importanza della supervisione nelle équipe multiprofessionali

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Nelle équipe multiprofessionali che lavorano con la disabilità psichiatrica la supervisione competente è uno strumento prezioso e fondamentale per gli operatori sociali che ne fanno parte. 

Una buona supervisione aumenta la qualità professionale dell’équipe, fornisce gli strumenti individuali e gruppali per il superamento dei limiti e lo sviluppo di abilità appropriate con cui far fronte alle difficili dinamiche che emergono nella relazione con persone problematiche.

L’équipe dovrebbe rappresentare idealmente il contenitore sano della follia dell’utenza, follia che tende spesso a strabordare dai margini sociali che regolano le piccole realtà comunitarie, specchio queste ultime di realtà sociali più ampie.

Un équipe coesa e salda nei principi riabilitativi che abbia una buona competenza relazionale e comunicativa,  rappresenta la miglior cura che si possa offrire agli utenti.

Il benessere dell’utenza è strettamente intrecciato al benessere dell’équipe, che smette di essere terapeutica per gli utenti quando non riesce ad esserlo per sè stessa.

Nell’ambito della relazione il saper fare non può prescindere dal saper essere, qualunque sia il ruolo professionale che si stia rivestendo (Infermiere, Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica, Operatore Socio-Sanitario, Psicologo coordinatore…)

La responsabilità di realizzare il potenziale terapeutico che possiede l’équipe multiprofessionale appartiene a ciascun membro del gruppo: ogni operatore sociale deve aver chiara la propria identità professionale per poterla integrare consapevolmente alle altre permettendo una presa in carico globale dell’utente. Ciascun professionista della salute mentale ha l’importante compito di educare l’utente alla sana relazione, e può farlo tendendo costantemente alla costruzione di relazioni positive, costruttive, assertive ed empatiche non solo con gli utenti ma anche con i colleghi.

Purtroppo, le diversità professionali associate alle differenze personali dei membri di un équipe spesso sono motivo di conflitto e creano dinamiche di predominanza professionale: ciò porta ad un malfunzionamento dell’agire riabilitativo a scapito dell’utenza.

Quando l’equipe è terapeutica per sè stessa e quando la supervisione funziona?

Quando ciascun operatore riesce ad esprimere nel gruppo i propri limiti, senza la paura di venire giudicato ; quando il supervisore aiuta ciascun operatore a prendere consapevolezza delle proprie difficoltà nella relazione con utenti e colleghi, permettendogli la sperimentazione protetta di ruoli lavorativi più adeguati alle proprie caratteristiche personali ed ai bisogni degli utenti; quando il coordinatore utilizza il gruppo come strumento per supportare il singolo; quando ciascun operatore cerca il confronto costruttivo con gli altri, traendo stimoli e rispecchiamento dalle similarità esperienziali con essi; quando l’équipe investe del tempo per l’elaborazione delle risonanze interne che la relazione di cura risveglia in ciascun operatore, nel tentativo di equilibrare il ruolo professionale con il ruolo personale; quando si cerca in tutti i modi di ridurre al minimo i “non detti” nel gruppo e di lavorare per obiettivi comuni, con comuni modalità.

Una buona formazione universitaria da sola non basta per iniziare il neo-professionista a lavorare all’interno di un équipe multiprofessionale che si muove già di per sé in un terreno difficile: le continue sollecitazioni relazionali e proiezioni transferali da parte degli utenti tendono a indurre negli operatori comportamenti e azioni piuttosto che pensieri, mettendo a dura prova la capacità di auto-osservazione del professionista che deve attribuire quanto più possibile un senso rieducativo ad ogni azione relazionale con l’utente. 

Si rende sempre più necessaria l’acquisizione di abilità che difficilmente i percorsi universitari da soli riescono a dare: il saper stare e lavorare in gruppo, la flessibilità nella gestione del proprio ruolo, la gestione del ruolo di coordinamento, la capacità di gestire la relazione invischiante con l’utente problematico mantenendo su di esso uno sguardo professionale, creativo e riabilitativo.

Quale metodo di supervisione può risultare efficace per aiutare gli operatori sociali nel loro difficile lavoro?

Sono diversi i metodi di supervisione utilizzati dalle équipe che lavorano nel campo della disabilità.

A mio parere lo Psicodramma rappresenta un metodo di supervisione  e di formazione potenzialmente efficace nella sua concretezza per supportare gli operatori sociali a sviluppare le proprie potenzialità ed acquisire una pratica di lavoro fondata sulla collaborazione creativa del gruppo.

Questa psicotecnica infatti dedica una grande attenzione non solo al singolo ma anche al processo del gruppo nel quale il singolo è inserito.

Nell’ambito della supervisione lo Psicodramma viene utilizzato con diversi obiettivi.

Alcuni di questi sono:

  • la creazione di un ambiente accogliente e non giudicante che permette lo sviluppo di un area emotiva dove le barriere difensive vengono ridotte al minimo permettendo l’apertura degli operatori verso la propria interiorità e verso l’interiorità dei colleghi, oltre che un approccio più rilassato agli argomenti da affrontare;
  • l’esplorazione della relazione esistente tra la persona (intesa come individuo inimitabile con le proprie peculiarità) e il ruolo professionale che riveste;
  • l’attivazione della spontaneità attraverso attività di riscaldamento con la conseguente stimolazione della creatività, per dare al singolo professionista e al gruppo in toto la possibilità di trovare modalità nuove e più adeguate per affrontare situazioni stagnanti oppure impreviste e difficili da gestire;
  • l’attivazione  della dinamica circolare io-attore/io-osservatore, processo molto utile nel lavoro della relazione d’aiuto, dove l’interazione tra l’azione e la riflessione sull’azione avvenuta è essenziale per la traduzione degli eventi relazionali in esperienza.

Da un articolo di Alessandra Cirincione, Tecnico della riabilitazione Psichiatrica e Psicodrammatista

21 Mag

Da Gemona del Friuli a Palermo: Mila e i 2000 chilometri in bici

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È una donna forte, coraggiosa, dal sorriso contagioso. Lei si chiama Mila Brollo, 59 anni, e da qualche giorno è arrivata a Palermo, dopo aver attraversato l’Italia a bordo della sua bici. Un viaggio iniziato il primo aprile scorso, quando appunto è partita da Gemona del Friuli, estremo Nord Est, per raggiungere nei prossimi giorni – dopo la permanenza a Palermo – Lampedusa. Mila è un tecnico della riabilitazione psichiatrica, ha deciso di fare questi 2000 chilometri per sollecitare l’attenzione sulla salute mentale. A Palermo è stata accolta martedì dall’associazione di volontariato Ufe, Utenti e familiari esperti, del modulo 1 del Centro di salute mentale e ieri dal sindaco Leoluca Orlando a Villa Niscemi. “Io lavoro in un servizio e trovo che la psichiatria abbia bisogno di nuove idee, per questo mi sono inventata questa cosa. Mi sono messa alla prova, in primo luogo. Questo viaggio è stato pensato come un percorso personale. Si sono messe insieme persone che non si conoscevano prima grazie a questa iniziativa: a Bologna, a Napoli. Lo scopo è contaminarci. Noi abbiamo un virus in comune”, spiega Mila. Adesso l’ultima tappa del viaggio di Mila è appunto Lampedusa, dove parteciperanno le associazioni di salute mentale di tutta Italia. L’arrivo è previsto sabato 28 maggio 2016 e si protrarrà per una settimana. Un aspetto curioso delle numerose attività che si svolgeranno sull’isola sarà lo Yoga della risata. Mila oggi pomeriggio ha incontrato utenti e familiari dell’associazione Ufe ospitati dalla Cooperativa sociale Officina 22, che ha come mission sia servizi alla persona, sia attività diverse, quali quelle agricole, industriali, commerciali o di servizi finalizzate all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate. Ne è nato un bel confronto tra diverse realtà che operano tutte nel settore della salute mentale, con un impegno a collaborare. È stata l’occasione per conoscere Mila, il suo viaggio, per essere stimolati a fare di più e a fare meglio.

Da un Articolo di Serena Marotta

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11 Apr

Chiude l’Opg di Barcellona: Lettera di un ex internato

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Io sono R.  sono sordo e ipovedente. Sono nato così. La mia vita non è stata facile. Ho vissuto all’ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto per 7 anni e per 2 anni sono stato  ospite della comunità Salpietro in attesa della sentenza. Si, ho dovuto aspettare due anni per la sentenza. Adesso, da un anno e tre mesi, vivo in una comunità psichiatrica (Comunità Terapeutica Assistita).

Non ho il permesso di uscire da solo perché il giudice sostiene che io sia pericoloso. Magari ha ragione, non posso uscire da solo, ma sicuramente non perché io sia pericoloso ma perché non vedo bene. Dopo tante proroghe, ogni sei mesi sempre la stessa storia, la mia pericolosità viene sempre riconfermata. Pochi giorni fa , nonostante mi sia sempre comportato bene ed esco sempre accompagnato dal mio operatore e nonostante le mie difficoltà comunicative e sensoriali (che comunque mi permettono di avere un buon rapporto con tutti), il giudice questa volta ha deciso una proroga di un anno. Non capisco il motivo.

Non sono pericoloso, prendo le medicine correttamente, faccio tante attività e volontariato in una  cooperativa sociale di cui è socia la mia operatrice della lingua italiana dei segni. Si io comunico in segni perché sono sordo, ma non ho alcuna difficoltà a comunicare con gli altri. Io voglio diventare socio della cooperativa perché voglio lavorare e mi piace stare in mezzo al verde e stare a contatto con persone che mi trattano come se fossi uno di loro, uno qualunque e non un ex carcerato. Ma io mi sento ancora in gabbia. Mi sento ancora un carcerato. Ancora per un anno intero  non potrò uscire da solo, non potrò andare da solo al bar o in cooperativa che è molto vicino alla mia comunità, credo 50metri. Devo sempre aspettare che  un operatore mi venga a prendere. Ma davvero non capisco perché il giudice abbia deciso questo per me, perché questa volta ha deciso addirittura di prolungare di un anno e non di sei mesi, ma soprattutto mi chiedo perchè di nuovo! Io non ho commesso nessun crimine grave, ma da più dieci anni sono rinchiuso dentro quattro mura che non sono la mia casa. Io rivoglio la mia casa, la mia vita, la mia dignità.”

03 Apr

Dall’economia civile all’impresa sociale di comunità

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economia_civile_non_profitIl momento di profonda crisi economico-finanziaria che il mondo occidentale si trova oggi ad attraversare costringe ad un ripensamento a tutti i livelli dei valori e delle scelte di fondo che hanno modellato lo sviluppo economico così come esso è stato concepito finora, ma soprattutto ad una riflessione su quali valori e quali scelte potranno guidare e sostenere i modelli economici del futuro.

Per affrontare le sfide attuali della società post-moderna, quali globalizzazione, fenomeni demografici, crisi delle politiche del lavoro e della famiglia, nuovi bisogni e disuguaglianze sociali, non risultano più sufficienti i paradigmi del libero mercato e dello Stato. Diviene necessario recuperare la dimensione della reciprocità e del dono nei rapporti tra le persone, le comunità e le organizzazioni.

Senza alcuna pretesa di completezza, questo lavoro indica alcuni nuovi percorsi analitici, a partire da quello dell’economia civile che si pone come una vera rivoluzione, poiché presuppone la possibilità di civilizzare il sistema economico a partire dai mercati, recuperando una relazionalità positiva al loro interno e facendo coesistere nel medesimo sistema sociale i tre principi regolativi dell’economia, ossia: lo scambio di equivalenti, la redistribuzione di ricchezza, la reciprocità.

In tale scenario espressione dell’economia civile diventano le imprese sociali, le quali stanno assumendo nel tessuto economico e sociale del nostro Paese una sempre maggiore importanza sia in termini di sviluppo numerico sia in termini di “peso” economico e sociale. Il bisogno di un’economia sostenibile, più equa ed attenta alle persone ma soprattutto inclusiva ha indirizzato la presente tesi verso un’analisi delle imprese sociali in quanto organizzazioni che non producono solo beni e servizi per generare profitto, ma che sono orientate anche al soddisfacimento delle persone più svantaggiate e più in generale della collettività, riuscendo al contempo a creare valore economico e valore sociale.

Esse rappresentano un veicolo per la coesione sociale ed economica dal momento che aiutano a costruire un’economia sociale pluralista e resiliente. Sono motori di cambiamento; creano soluzioni innovative alle grandi sfide che si fronteggiano oggi; agiscono nell’interesse generale promuovendo un’economia più sostenibile; si basano sui valori della solidarietà e dell’empowerment e più di ogni altra cosa creano opportunità e speranza per il futuro. Ma soprattutto intendono dare risposta e soddisfare quei nuovi bisogni che vengono tradizionalmente trascurati dalle imprese profit ed a cui la Pubblica Amministrazione riesce sempre meno a far fronte in maniera soddisfacente. In tal modo si favorirebbe una più equa ripartizione dei compiti di assistenza e di fornitura dei servizi tra Stato, mercato e società civile.

Pertanto, partendo da questi presupposti, nella presente tesi si è ritenuto opportuno in primo luogo presentare un panorama generale dell’economia civile. Tale prospettiva, ripresa e sviluppata in tempi recenti dai contributi – fra gli altri – dei professori Luigino Bruni e Stefano Zamagni, è espressione di una tradizione italiana di pensiero economico che parte dal Medioevo e passando per la Napoli dell’età dei Lumi arriva ai giorni nostri, ponendo al proprio centro una particolare concezione della società civile e del mercato. Questi ultimi appaiono come luoghi non antitetici bensì complementari.

Successivamente viene presentata l’impresa sociale come asse portante del disegno dell’economia civile ed analizzata nei suoi caratteri, requisiti ed elementi distintivi, facendo soprattutto riferimento all’obiettivo di mettere in comunione i profitti per sostenere la sussidiarietà, diffondere la cultura del dare e della reciprocità e creare posti di lavoro e ricchezza, orientando l’intera vita aziendale verso il bene comune. Di conseguenza l’impresa sociale risulta essere una novità non inquadrabile nello schema dualistico “for-profit” e “non-profit” tipico della tradizione capitalistica, poiché, attraverso la prospettiva culturale dell’economia civile, diventa il paradigma di quelle imprese “for project” in cui gli imprenditori sono costruttori di progetti condivisi e nei quali il profitto è solo un elemento.

Dopo gli aspetti strutturali e formali dell’impresa sociale vengono approfonditi quelli qualitativi come i valori, la cultura organizzativa e l’etica, necessari all’impresa per la sua stessa governance, per uno sviluppo sostenibile integrale e per avviare attività economiche socialmente responsabili.

Viene evidenziato, in particolare, che la responsabilità sociale d’impresa non è un elemento che si aggiunge, bensì una dimensione strutturale della vita d’impresa, la quale, nel realizzare la sua tipica missione produttiva ed avendo una governance multi-stakeholder, inevitabilmente esercita un influsso su una molteplicità di soggetti, arrivando a creare valore per ciascuno di essi.

Tra le imprese sociali con tali caratteristiche si collocano quelle che in letteratura vengono definite “imprese sociali di comunità”. Esse sono una forma evolutiva dell’impresa sociale, ossia delle organizzazioni che, coniugando la dimensione imprenditoriale con quella comunitaria e riabilitativa, operano all’interno di sistemi di protezione sociale, producono beni e servizi ed assumono un approccio in grado di riconoscere il carattere multidimensionale ed evolutivo dei bisogni, a cui, tra l’altro, rispondono attraendo e combinando risorse di natura diversa, grazie anche al coinvolgimento e all’integrazione in rete di altri soggetti comunitari e istituzionali. Le imprese sociali di comunità sono quelle che maggiormente collaborano con lo Stato per individuare modalità innovative (di tipo non prestazionale) di risposta ai bisogni. Tra queste una particolare importanza assumono le cooperative sociali di tipo b.

Questi sono soggetti capaci di rispondere ai bisogni delle persone svantaggiate attraverso processi di aiuto che si realizzano in forma complementare e, sotto certi aspetti, alternativa alle prestazioni fornite dai servizi pubblici di salute mentale . In più, l’aiuto si realizza nel concreto svolgersi di un processo di lavoro produttivo di beni e servizi non assistenziali, dove le persone normodotate supportano quelle svantaggiate che non hanno pertanto solo un ruolo passivo, essendo essi stessi produttori del bene o servizio da vendere sul mercato.

Ma il punto rilevante è che attraverso la produzione di beni e servizi non assistenziali si realizza una doppia utilità: da un lato quella specifica del bene prodotto; dall’altro lato quella cosiddetta procedurale dell’inclusione sociale. Ciò vuol dire che le persone non valutano solo i risultati effettivi, ossia il “che cosa”, ma anche le condizioni e i processi che portano a quei risultati, ossia il “come”.

Questa utilità procedurale rappresenta, dunque, un approccio totalmente differente al benessere umano rispetto all’approccio standard utilizzato nella scienza economica, ma al contempo rappresenta un salto di paradigma anche nelle teorie delle relazioni di aiuto. Infatti l’inclusione sociale è un indicatore della riabilitazione messa in atto dai servizi di salute mentale: essa è l’utilità “finale” dei servizi terapeutici e l’utilità procedurale di un servizio che dovrebbe produrre un bene “non sociale” o “socio-sanitario” (come una pianta in vaso venduta al mercato). L’orientamento sociale delle cooperative sociali in generale, genera numerosi effetti benefici.

Innanzitutto, grazie al loro radicamento nelle comunità, le cooperative contribuiscono a far crescere il capitale sociale e a rafforzare le relazioni fiduciarie. Possono essere considerate uno strumento efficace per sviluppare coesione sociale e comportamenti civici, i quali, a loro volta, generano virtù sociali. In secondo luogo, integrando l’offerta pubblica dei servizi di welfare e fornendo nuovi servizi che ne colmano le lacune, esse creano al tempo stesso anche nuovi posti di lavoro. Tuttavia, in questo caso specifico la situazione presente nel meridione, ed in particolar modo in Sicilia, si incontrano alcuni limiti e qualche difficoltà.

In linea teorica il ruolo della cooperazione sociale di inserimento lavorativo viene individuato nella formazione dei lavoratori svantaggiati, non solo per un recupero delle loro abilità lavorative ma anche per un inserimento effettivo nel mercato del lavoro.

Molte cooperative hanno l’obiettivo esplicito di inserire i lavoratori all’interno della cooperativa possibilmente solo a fini formativi per poi accompagnarli sul mercato del lavoro aperto o quantomeno prevedono percorsi differenziati che conducono all’inserimento interno o esterno alla cooperativa, a seconda della tipologia di svantaggio e delle caratteristiche del soggetto inserito.

Nel caso di molte cooperative sociali siciliane le esperienze di accompagnamento a forme di tirocinio lavorativo, quali possono essere definite le borse lavoro finanziate con fondi provenienti dalla legge 328/2000, hanno da un lato creato un movimento di sensibilizzazione e portato un certo numero di pazienti verso una nuova consapevolezza delle proprie abilità, ma dall’altro lato hanno evidenziato il loro carattere transitorio e la mancanza di una finalizzazione dell’esperienza di tirocinio.

Di conseguenza è possibile evidenziare diverse situazioni. In primo luogo il compenso percepito dal lavoratore svantaggiato non fa riferimento ad un mansionario e non è in ogni caso inscrivibile in alcun tipo di contratto collettivo. Le dinamiche che si sono consolidate attorno alle esperienze dei tirocini formativi sono totalmente diverse da quelle classiche del mercato del lavoro: può capitare infatti che l’accoglienza di un tirocinante svantaggiato da parte del datore di lavoro sia dettato da fattori di simpatia e/o di sensibilità e mai da un reale bisogno di una nuova unità di personale. Infine, la formazione possibilmente acquisita non garantisce un accesso automatico ad un tipo di inserimento professionale più avanzato.

Pertanto, alla luce di ciò ed in assenza di prospettive future, la richiesta più realistica alla fine di ogni periodo di inserimento lavorativo è stata quella di richiedere delle proroghe del regime di borsa lavoro per delle successive annualità.

Con questo meccanismo si è venuta a creare una nuova forma di istituzionalizzazione, poiché gli utenti (o quantomeno la maggior parte) permangono e possono solo permanere in un contesto del genere, senza ottenere una regolare assunzione.

Di contro a questa grande limitazione, vi è una dimensione fortemente sviluppata: quella riabilitativo-comunitaria.

Attraverso l’inserimento lavorativo e sociale i lavoratori svantaggiati ottengono, innanzitutto, dei benefici psicologici in termini di crescita personale e professionale. Infatti il nostro lavoro di ricerca ha mostrato che tali soggetti godono di un forte e continuo supporto sociale, una manifestata diminuzione della sintomatologia, un aumento della propria efficacia lavorativa e produttiva ed una significativa volontà di continuare la propria attività professionale.

Pertanto l’impresa sociale di comunità può essere definita come un’area coltivatrice di valori, poiché fornisce un ambiente più salubre in cui la malattia non risulta preponderante; si creano reti di rapporti reali; gli utenti hanno l’aspettativa di potere essere artefici del proprio percorso di vita oltre che l’opportunità di sentirsi utili non solo per se stessi ma anche per la comunità.

Il valore creato da questo tipo di impresa non è solo indirizzato ai soggetti svantaggiati, ma è un valore economico rilevante per tutta la collettività, poiché il costo dello svantaggio, della disoccupazione e delle sue conseguenze sono prima di tutto costi collettivi, che ricadono sulle comunità e che gravano sui conti della pubblica amministrazione.

Alla luce di quanto detto finora, è importante sottolineare che le imprese sociali finalizzate all’inserimento lavorativo, tutte inscrivibili nella tipologia delle cooperative sociali di tipo “b”, possono essere considerate oggi una delle forme più rilevanti all’interno del panorama del terzo settore.

Esse emergono come soggetti economici in grado di produrre contemporaneamente “beni e servizi materiali” e “beni e servizi sociali e relazionali” indirizzati al soddisfacimento di bisogni di persone svantaggiate.

Inoltre, attraverso i programmi di inserimento lavorativo, garantiscono l’integrazione lavorativa sia all’interno sia all’esterno dell’impresa, producendo valore, ovvero un miglioramento per l’individuo in termini di benessere psico-fisico, sociale, relazionale ed economico.

Ciò nonostante, è opportuno dare uno sguardo al futuro dell’impresa sociale. Per favorirne lo sviluppo si dovrebbe puntare a rafforzare in maniera decisiva alcune condizioni che a tutt’oggi non risultano essere del tutto presenti o quanto meno lo sono in parte.

La prima condizione riguarda la strutturazione dei nuovi mercati, ossia è fondamentale rendere le imprese sociali capaci di attrarre le risorse necessarie ed adeguate affinché se ne favorisca lo start-up, ma anche la successiva crescita.

In secondo luogo è necessaria la capacità da parte delle imprese sociali di mantenere ed accrescere la competitività. Quest’ultima, soprattutto negli ultimi anni, risulta essere legata al modo innovativo di saper valorizzare e governare i fattori organizzativi, gestionali e produttivi, nonché di affrontare specifici problemi in modo più efficiente ed efficace rispetto alle altre imprese, sia pubbliche sia for profit.

La terza condizione si riferisce allo sviluppo di un contesto politico e normativo favorevole e facilitante il Terzo Settore. Purtroppo il riconoscimento politico del ruolo delle imprese sociali appare oggi, in molti Paesi europei tra cui l’Italia, ancora molto frammentato e a macchia di leopardo, connotato da una grave carenza di interventi sostanziali di sostegno e promozione. Infine, quarta ed ultima condizione riguarda la creazione di un mercato di capitali per imprese sociali, in modo da sostenere concretamente l’economia civile. È ormai evidente l’esistenza di una forte domanda di beni e servizi ad alto valore aggiunto ambientale e sociale e dal forte contenuto relazionale, la cui produzione richiede soluzioni innovative.

Far crescere ed evolvere questo mondo significa sia creare le condizioni per coniugare la generazione di valore sociale con la stabilità finanziaria, sia trovare nuove forme di finanziamento per l’innovazione sociale che vadano oltre la beneficienza e i contributi statali a fondo perduto, con il fine di rendere il terzo settore più autonomo, responsabile e indipendente.

Se le imprese sociali avessero a disposizione più capitali finanziari, a condizioni particolari, potrebbero, infatti, fare quegli investimenti di cui hanno parecchio bisogno: in capitale umano, attrezzature, strutture di servizio. Potrebbero acquisire un vantaggio significativo, in termini qualitativi e quantitativi, realizzando percorsi di aggregazione e crescita, esportando in altri territori le proprie esperienze migliori, senza cambiare natura, sviluppando le necessarie competenze manageriali.

In linea con ciò si giungerebbe al consolidamento di un Welfare di comunità, ossia un sistema di reciprocità negli scambi tra diversi segmenti produttivi in cui verrebbero avviate forme inedite di cooperazione economica e sociale in grado di produrre un grande valore aggiunto.

Articolo di Lorena Pennica, Assistente Sociale

11 Lug

Campo di volontariato internazionale EMMAUS 2015

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Sotto il sole cocente dell’estate siciliana, a partire dal 5 luglio 2015, nello stile delle comunità Emmaus fondate dall’Abbé Pierre, è stato dato il via a diverse attività di solidarietà sociale, quali: raccolta di mobili, vestiti e oggetti di ogni tipo da poter riutilizzare e rivendere, mercatino dell’usato, animazione sociale per un mondo migliore. Il ricavato è stato utilizzato per sostenere azioni di solidarietà a livello locale, nazionale e internazionale.

11709257_685220974944514_7932499636388515049_nOltre alla raccolta e al mercatino, Officina 22 ha collaborato, insieme a moltissime associazioni e realtà locali, a fare animazione sociale in molti quartieri palermitani e a organizzare momenti di informazione e di dibattito su tematiche quali l’immigrazione, la legalità, la miseria, lo sfruttamento, i rapporti nord-sud, la pace, l’ambiente, la solidarietà.